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Quando si parla di suicidio sui giornali:appello alla stampa sannita

 

 

(1 febb. 2015) Cari colleghi, da giornalista e presidente dell’associazione di familiari di disagiati psichici La Rete Sociale, non posso che condividere l’articolo del VaglioI suicidi non facciano notizia e non si pubblichino i loro nomi"

Articolo che, in sintesi, invitava a non “trattare pubblicamente a Benevento e nel Sannio, con tanta superficialità… una questione seria qual è il suicidio”  pubblicando in modo “disinvolto”  “non solo la notizia della persona che si toglie la vita, ma anche il suo nome e cognome e ogni altra generalità… E oggi ci si è messa anche la Cisl diffondendo una nota: "Il 2015 della provincia sannita registra i suoi primi drammatici, terribili gesti estremi da parte di persone preda della propria disperazione… Sullo sfondo delle motivazioni… ancora una volta potrebbe esserci il dramma della mancanza di lavoro...” Ma chi si uccide compie un gesto privato, privatissimo… Pubblicare nome e cognome aggiunge un ulteriore colpo alla privacy dei suoi familiari che, affranti nel dolore, tutto cercano tranne che pubblicità… Ecco perché altrove tali notizie non si danno, né si arriva a scrivere il nome del suicida… Ma non a Benevento e nel Sannio…”  

Il direttore del Vaglio, dunque, denuncia un malcostume locale che consente la violazione del diritto alla privacy senza che nessuno protesti. Anche perché le vittime sono per lo più persone  “deboli” che non sanno alzare la voce, nè difendere i loro diritti sporgendo querela o pretendendo il risarcimento del danno da chi ha spiattellato il nome di una persona sofferente  ai quattro venti, rischiando di istigare altre persone psichicamente instabili a fare altrettanto.  La pubblicazione di nome e indirizzo di una suicida, o peggio, di un tentato suicida, ha distrutto, infatti, intere famiglie costrette, in alcuni casi, a cambiare lavoro e città per l’impossibilità di sopportare il peso del giudizio “morale” della società beneventana. Storie vere che raccontano di vittime della vergogna, dell’ignoranza, del pregiudizio e che confermano l’attualità dell’interrogativo che serpeggia nell’articolo del Vaglio: “Ma perché questi comportamenti da Medioevo sono ancora attuali a Benevento e provincia?” Interrogativo al quale vorrei aggiungerne un altro: “Perché il diritto alla privacy copre il nome di un cardiopatico o di un ammalato di cancro, ma non quello di un suicida o di un “paccio”?

 

La prima risposta è che, per ignoranza il suicidio viene ancora considerato un gesto consapevole: un gesto di protesta, appunto, per la perdita del lavoro come emerge dalla nota della Cisl, e non la conseguenza estrema di una malattia che come tutte le malattie ha diritto alla privacy, alla cura e alla umana comprensione.  L’aspetto più avvilente dell’articolo del sindacalista citato dal Vaglio, infatti, è la quantità di luoghi comuni sul suicidio di cui è farcito: come ritenere che la causa del suicidio sia la perdita del lavoro. Se così fosse, oggi ci sarebbe un’epidemia suicidaria. Cosa che non è, perché fortunatamente la gente che si toglie la vita è ancora una percentuale minima rispetto al crescente numero di disoccupati. Il che non significa sottovalutare il dato dell’aumento dei suicidi, ma attribuirgli la giusta causa: che è, appunto, una malattia quale, per esempio, la depressione. E’ quasi impossibile, infatti, che una persona in perfetta salute mentale riesca ad annullare un istinto forte come l’istinto di sopravvivenza che ha mantenuto in vita migliaia di persone internate per anni nei campi di concentramento in condizioni ben più tragiche e disumane di quelle prodotte dalla perdita del lavoro. Questo significa che la perdita del lavoro può essere una causa scatenante che si inserisce in una situazione di malattia o di forte disagio psichico già latente, la quale spinge la persona malata a ritenere di non avere più scampo e, di conseguenza, a togliersi la vita. Ma è bene sapere che come la febbre può essere il primo sintomo e campanello di allarme di un’influenza che – se non curata - può diventare bronchite, polmonite e portare addirittura alla morte; anche la persona con disagio psichico, molto prima di arrivare al suicidio, presenta una serie di sintomi e attiva numerosi campanelli di allarme che molti non sanno o non vogliono vedere, e che invece, se intercettati, potrebbero evitare l’aggravarsi della malattia che porta all’estremo gesto. 

E qui la risposta agli interrogativi sollevati dall’articolo si fa più complessa perché tira in ballo la nostra responsabilità di cittadini e quella dei servizi di cura della salute mentale. Servizi  che a Benevento - tranne rare eccezioni soprattutto ai confini del Sannio - praticano ancora una psichiatria vecchia, superata, inefficiente e inutilmente costosa: e questo non per disgrazia divina, ma per colpa di chi non ha saputo o voluto organizzare i servizi di salute mentale sul territorio così come previsto dalla legislazione in materia. Una legislazione che dal 2000 ha fatto passi da gigante consentendo - a chi l’ha applicata – di ottenere grandi risultati: come la riabilitazione e il reinserimento sociale di persone con disagio psichico, attraverso azioni concordate tra personale sanitario, Comuni,  Volontariato, associazioni di Familiari e Terzo settore. Laddove, insomma, non ci si è limitati alla cura della malattia mentale ricevendo i pazienti in ambulatorio in orari da ufficio postale, ma si è lavorato veramente “sul territorio” come prescrive la legge, i risultati concreti sono stati ottenuti creando progetti di recupero individuali e realizzando una sorta di “rete”  “con la collaborazione del volontariato e delle associazioni di utenti e familiari… e la partecipazione e la corresponsabilizzazione del cittadino singolo o nelle forme associative”.  Non a caso la nostra associazione si chiama “Rete sociale”: perché soltanto “in rete” si possono ottenere risultati condivisi, trasparenti e misurabili non solo per la CURA generica della MALATTIA MENTALE – non molto diversa da quella di stampo manicomiale, anche se realizzata fuori dai manicomi, negli ambulatori - ma per la creazione di una diffusa cultura della salute mentale che mira al benessere del malato nel suo complesso e al suo reinserimento in una  società capace, a sua volta, di accoglierlo diventando in tutti i sensisocietà “civile”.  Perciò la “Rete sociale” da anni si batte per ottenere questo risultato pretendendo innanzitutto il rispetto della legalità nel trattamento dei malati psichiatrici. Oggi, infatti, per tutte le malattie esistono precisi protocolli per la diagnosi e la cura, che nessun medico si sentirebbe di violare nel trattamento, per esempio, del  cancro o dell’Aids senza temere di essere denunciato. Ma nel campo della Salute Mentale i protocolli – che pure esistono – vengono impunemente disattesi facendo prevalere l’arbitrio e a violazione dei diritti più elementari del malato: quali il diritto a scegliere il proprio medico, al consenso informato sulle terapie somministrate, a non essere spostato da un istituto o un luogo di cura all’altro come un pacco senza alcuna motivazione terapeutica, a non essere rinchiuso e abbandonato per anni in pseudo “case famiglia” e “case di cura” con l’etichetta di “malato cronico” o “pericoloso”.

Fare il nome di un suicida sulla stampa locale, dunque, è solo la punta di un iceberg di inadempienze e violazioni che, purtroppo, la maggioranza della società “civile” – della quale fanno parte anche molti medici, giornalisti e sindacalisti - non percepisce neanche più come tali, perché qui una vera cultura della Salute Mentale – tranne rarissimi, ma per questo ancora più encomiabili, casi - non è stata mai elaborata, nè accettata come un valore per tutta la comunità.
Ma questo processo non è irreversibile. E l’inversione di rotta può essere attivata proprio dalla nostra capacità di indignazione e di denuncia come quella che anima l’articolo del Vaglio, da prendere non come critica, ma come spunto autocritico in grado di promuovere da parte di tutta la stampa locale un gesto concreto sull’esempio di quanto già avvenuto in altre città d’Italia: cioè, delineare e sottoscrivere una sorta di codice di comportamento nel trattare pubblicamente i casi di suicidio e tutte le problematiche connesse alla malattia mentale.

 Sarebbe un bel gesto non solo verso le persone con disagio psichico, ma verso noi stessi: perché, senza spendere un euro, arricchirebbe di solidarietà la società cui apparteniamo.   

 

Firmato per la Rete Sociale:  il presidente Serena Romano