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L’ INCHIESTA … sospesa: “Come eravamo … "

 

Il 13 settembre del ’92 è una data indimenticabile per gli operatori della Salute Mentale del Sannio: “Fummo avvertiti all’alba da una telefonata che annunciava la morte di Renato Russo, il dirigente del Servizio di Salute Mentale di Benevento tra i protagonisti al Sud della rivoluzione basagliana avviata al Nord"
E ricorda ancora il personale di allora: "Per una strana coincidenza, proprio quella mattina, arrivò nel Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura un fascio di fiori per il dottor Russo: era di un paziente di Foggia da poco dimesso il quale, ignaro della morte avvenuta poche ore prima, accompagnava i fiori con una lettera di ringraziamento per come era stato amorevolmente e sapientemente curato nel SPDC. Così i fiori furono deposti sul feretro che fu salutato dall’applauso che si riserva ai leader riconosciuti”. Renato Russo fu il dirigente che decise di non applicare all'interno del SPDC la forza, ma di utilizzare l’organizzazione.

           GIORNATA TIPO NEL SPDC DI BENEVENTO NEL 1991

Come rivela questo schema che era affisso sul muro del reparto, la giornata nel servizio di emergenza psichiatrico era programmata di ora in ora:

                                                                  Orario e  Attività

7.00 Terapia farmacologia
7.30 Cura di sé (lavarsi, fare il letto, ecc), colazione
8.30 Ginnastica
9.00 Colloqui e visite mediche (se possibile, senza ”giro del reparto”).
10.30 Uscita dei degenti per acquistare giornali, andare al bar, ecc.
12.00 Pranzo
13.00 Riposo
14.00 Terapia farmacologia
14.30 Gruppo di discussione
15.30 Attività di stimolazione di interessi o ginnica in palestra o
uscite organizzate nei giorni festivi
17.00 Cena
18.00 Attività teatrali o creative o di manutenzione del reparto
20.00 Terapia farmacologia
20.30 Pasto freddo
21.00 Televisione, giochi (dama, carte, ecc.).

Il ricoverato in SPDC 20 anni fa, dunque, appena sveglio si lavava, faceva il proprio letto, la colazione e mezz’ora di ginnastica. Poi incontrava i medici e, al termine, tutti fuori: all’edicola e al bar del complesso ospedaliero che ospita il SPDC – il Rummo di Benevento – per comprare il giornale, mangiare un cornetto e prendere un caffè fino al momento dell’incontro con i familiari, prima del pranzo. E dopo il riposino pomeridiano, il giro ricominciava: gruppi di discussione, attività in palestra, teatro, pittura. E poiché la cena negli ospedali viene servita alle 17,00 – rendendo infinitamente lunga la notte che segue – solo per i ricoverati in SPDC era prevista una cena fredda alle 20,30 a base di formaggio, salumi e frutta dopo la quale continuare a trascorrere insieme la serata guardando la televisione, giocando a dama o a carte. Insomma, di ora in ora, per tutta la giornata, il reparto e i suoi malati erano in movimento. Ed è proprio con la parola “movimento” che a Benevento stava prendendo corpo la rivoluzione “basagliana”. Il “movimento” del SPDC di Benevento, infatti, non è casuale ma è un aspetto terapeutico fondamentale, contrapposto all’immobilismo manicomiale.

Il malato (im) mobile dei manicomi

“Sono passati quasi 40 anni da quando entrai per la prima volta nel manicomio di San Giovanni a Trieste dove mi accolse con una certa diffidenza Maria Jelercich, la caposala, che mi ripeteva continuamente servendomi il caffè: “Sono qui da 35 anni: quando io ho cominciato a lavorare lei, dottore, non era ancora nato””. Così esordisce Peppe dell’Acqua nel suo libro “Non ho l’arma che uccide il leone”. Salernitano, approdato nell’80 a Trieste per lavorare con Franco Basaglia, è rimasto lì dove fino all'inizio del 2012 ha diretto il Dipartimento di Salute Mentale. Ed ecco come Peppe continua a descrivere il primo impatto con la “fabbrica dei matti” che allora contava oltre 1000 ricoverati: “Nel manicomio non ci sono oggetti d’uso personali. I pochi mobili esistenti sono per tutti. Ci sono tavoli, sedie, panche, letti e solo qualche robusto armadio. E poi ci sono gli internati. I mobili e gli internati abitano il manicomio. I mobili vanno conservati puliti, ordinati, non devono essere mai spostati, creerebbero troppa confusione: così sosteneva Maria Jelercich che era attentissima a queste cose. Erano state la sua formazione, il suo lavoro, la sua vita per 40 anni. E ora cercava di farmele capire, di insegnarmele, servendomi il caffè: “Anche i malati non vanno spostati, bisogna lasciarli in pace” mi diceva. Mobili e internati a testimonianza della fissità, dell’immobilità reale e simbolica dell’istituzione. I mobili sono corpi, sono uomini in piedi, rigidi, fissi… come gli internati il cui corpo perduto diventa panca, sedia. E l’istituzione perpetua così con l’internato il rapporto di manutenzione che ha con gli altri oggetti del manicomio”.
Il “movimento”, dunque, è un aspetto terapeutico fondamentale, studiato anche altrove in Italia: ecco perché i risultati ottenuti nel SPDC di Benevento vengono presentati come progetto pilota da un’equipe di medici beneventani al congresso nazionale della Società Italiana di Psichiatria nell’ottobre del ’91.

Il “malato in movimento” a Benevento

“Questo reparto… è stato sempre gestito secondo una logica custodialistica e manicomiale … per lo più identificandolo come luogo di raccolta dei fallimenti terapeutici, piuttosto che come strumento di terapia.… E invece l’esperienza del SPDC di Benevento tenta di valorizzare proprio il momento terapeutico che, in una dimensione nuova, può essere presente anche nel breve periodo dell’ospedalizzazione”: così esordisce la relazione del pool di medici beneventani al congresso del ’91, dal titolo “La salute mentale verso il 2000”, dove si legge che il concetto di fondo è trasformare la giornata in un susseguirsi di “iniziative che rompono situazioni di ristagno e noia pericolose, poiché alimentano tendenze conflittuali e conseguenti risposte manicomiali”. Così il SPDC di Benevento – benché all’epoca fatiscente rispetto a oggi – era stato trasformato in un "contenitore ricco di attività, legato al territorio, dove il sistema terapeutico era improntato più “sul versante riabilitativo, espressivo-ludico e di socializzazione che sulla massiccia assunzione di farmaci”.
E i risultati ottenuti dimostravano la validità del progetto. Vennero riscontrati, infatti: “…forte diminuzione dei fenomeni di aggressività e conflittualità e, quindi, diminuzione delle terapie farmacologiche; tendenza a non vivere il luogo come un carcere; maggiore partecipazione e motivazione sia da parte dei degenti che del personale; e soprattutto un’immagine positiva del SPDC da parte dei degenti, dei familiari e degli operatori”.
Anche a livello individuale, tale impostazione si rivelò una cura efficace: perché aumentava “la tendenza all’autonomia, a partecipare ai problemi degli altri e a portare aiuto agli altri; diminuì la tendenza a disturbare gli altri degenti; conteneva i deliri, diminuiva i momenti di agitazione psicomotoria e gli spunti di aggressività … perché … ogni comportamento violento ha bisogno, per manifestarsi, di un adeguato tempo di maturazione: in questo caso impedito dalle attività e dalle cangianti stimolazioni”.Insomma, spesso la violenza matura nella noia e nel sentirsi segregati: ma qui i malati non avevano il tempo di essere violenti, perché troppo occupati a fare altro e meno ossessionati dal pensiero di scappare, perché molte attività si svolgevano “fuori” anziché “dentro” il reparto.
Anche il personale era in continuo “movimento”: a differenza di oggi, all’epoca non esisteva né un dirigente, né personale specifico per il SPDC, perché tutti – medici, infermieri, assistenti sociali, riabilitatori – lavoravano a turno sia in SPDC che sul territorio. E questo era il presupposto basilare della nuova organizzazione. Perché la mobilità evitava al personale lo stress e la routine dovuti a un lavoro svolto sempre nello stesso luogo con malati gravi. Anche i nuovi assunti facevano esperienza in SPDC perché “la fase acuta è un momento del percorso di una malattia”. Perciò allora non esisteva una “separatezza” tra SPDC e altre strutture. E poichè la continuità tra interventi domiciliari, territoriali e ospedalieri era considerata presupposto per la riuscita del progetto terapeutico, furono moltiplicati i momenti di incontro e discussione, per raccogliere le interazioni che il paziente stabiliva con i vari operatori e per poter ricostruire di lui un’immagine unitaria. Insomma, da tutto questo emerge che negli anni Novanta a Benevento stava nascendo una realtà nuova, condivisa da un gruppo compatto, coordinato da una figura il cui ricordo è ancora vivo negli operatori che lo hanno conosciuto e nell’immaginario di chi ne ha solo sentito parlare: Renato Russo.

La primavera della salute mentale beneventana

Dei 5 medici che firmarono la relazione del ’91, il primo era lui, purtroppo deceduto, mentre gli altri lavorano ancora al Dipartimento di Salute Mentale. Così, insieme al personale presente sia ieri che oggi, si può ricostruire il clima da “primavera di Praga” della Salute Mentale a Benevento negli anni Ottanta, caratterizzati dalla nascita di una serie di servizi territoriali da parte di quanti credevano nella sanità pubblica. A Benevento nacquero le èquipe territoriali per assistere i ricoverati nei vecchi manicomi, i portatori di handicap e i tossicodipendenti, animate dalla stessa filosofia di intervento perché nate intorno al medesimo coordinatore, Renato Russo. Nutrito delle esperienze politiche e sindacali di quanti, negli anni Settanta, credevano nella possibilità di operare profondi cambiamenti culturali, ispirato dalle esperienze terapeutiche triestine, debuttò sulla scena professionale capeggiando una protesta di piazza che riuscì a scongiurare l’apertura di un nuovo manicomio a Benevento poco prima della legge 180.
Descritto come personaggio autorevole ma semplice – circolava con una scalcinata “Renault 4” rossa – riusciva a esaltare le capacità di ognuno, per cui tutti si identificavano nel progetto comune. Ma soprattutto non c'era conflittualità all’interno del gruppo e ciò che rendeva molto sereno il clima era la certezza che,  all’occorrenza, il coordinatore avrebbe condiviso con gli operatori le responsabilità – anche istituzionali e legali – sostenendoli nella ricerca di soluzioni. E proprio perché la sua leadership fu esaltante, ancora più drammatica fu la sua fine: “Morì stroncato da un infarto a 46 anni in una delle notti passate fra la stesura di una relazione e l’attesa di una chiamata dal SPDC – ricorda la moglie Maria Grazia – Quando in SPDC, infatti, c’era di turno qualcuno di cui non era sicuro, diceva sempre “per qualsiasi cosa chiamate me, a qualsiasi ora. Anche in vacanza telefonava ogni mattina nei vari reparti per avere notizie… Con Renato ho condiviso gli studi dal primo anno di Medicina e mi ha colpito il fatto che fin dall’inizio il suo obiettivo è stato chiaro e inserito in un progetto preciso: occuparsi di psichiatria e disagio mentale per migliorarne l’assistenza a Benevento. Ricordo, infatti, che con un collega andarono nel ’70 a Trieste a trovare Franco Basaglia per cercare nuovi sbocchi. E Basaglia, dopo averli ascoltati, alla fine disse: “Considerando che oggi è giovedì, se ve la sentite potete venire a lavorare da lunedì”. Ma Renato non andò: non perché non se la sentiva, ma perché era troppo legato alla sua terra per la quale aveva intravisto la possibilità di dare vita a un sogno. Il sogno che aveva cominciato a realizzare per la salute mentale…” 
Un sogno bruscamente interrotto il 13 settembre del ’92 con la sua scomparsa. Con l’avvento dei “manager della politica” non c'è più traccia di quel sogno, tranne che nell’operato di qualche medico e infermiere di allora: come una sorta di “imprinting”, chi ha avuto quella formazione, si distingue ancora oggi per il rispetto verso il proprio lavoro e verso gli ammalati.
Per il resto, il SPDC E’ DIVENTATO UN CASO UNICO IN ITALIA: ma purtroppo, non più per la cura dei pazienti per la quale si era distinto in precedenza...

(1 – continua)